I 12 errori di un sito web (parte 2 di 2)

Abbiamo visto i primi 6 errori che spesso si commettono nel proprio sito web, adesso ne affrontiamo altri 6 in modo da arrivare ai 12 previsti dal titolo.

Chiaramente ce ne sono anche altri ma questi dodici sono sicuramente tra i più diffusi.

Se non hai letto l’articolo sui primi 6 errori, puoi farlo adesso a questo link >>> I 12 errori di un sito web (parte 1 di 2).

(7) Mancanza di link ad altre sezioni

L’utente tra le varie cose cerca la comodità. Più è comoda una situazione è più l’utente medio la insegue. E non succede solo online, succede ovunque: fila immane alle scale mobili e scale tradizionali vuote; parcheggio a 50 metri vuoto e macchine in tripla fila davanti alla scuola.

Online quindi agevoliamo la visita al nostro sito attraverso link ad altre sezioni, ad altri articoli, a siti collegati per svariati motivi (normative, tutorial, comparti aziendali).

(8) Assenza di CTA (Call To Action, ovvero “chiamate all’azione”)

Se l’utente è arrivato sul nostro sito, ci sarà un motivo. Quel motivo dobbiamo in qualche modo scoprirlo e il modo più efficace è quello di portare l’utente a fare delle azioni che possano essere tracciate, come ad esempio cliccare su un bottone, compilare un modulo, scaricare una risorsa.

Se il nostro utente compie determinate azioni, possiamo rincorrerlo con il re-marketing (azioni di marketing verso coloro che hanno già avuto contatti con noi).

Se il nostro utente ci lascia una sua casella di posta elettronica, possiamo inserirlo in una lista di invio email dedicata all’articolo o al servizio al quale è interessato.

Rendiamo il nostro sito interattivo per intercettare in modo efficace clienti in target, altrimenti possiamo solo sperare nei grandi numeri (più visitatori, più clienti), disperdendo energie e risorse.

(9) Mancato utilizzo di immagini e video

Un’immagine vale più di mille parole. E’ una massima che dovrebbe farci pensare più volte prima di riempire il nostro sito di parole condendole con qualche immagine destinata a rimanere lì per anni.

Siamo nell’epoca della comunicazione digitale, chiunque è in grado di produrre centinaia di fotografie al giorno e poi arriva sul nostro sito e trova le foto di 10 anni fa!

Occorre tenere vivo il sito, aggiornato nei contenuti testuali, nei contenuti dinamici, nei contenuti visuali.

E ormai tra i contenuti visuali non si può prescindere dai video perché, parafrasando la massima di prima, un video vale più di mille immagini.

Con gli smartphone attuali, tra la potenza delle fotocamere integrate e le app di editing sempre più sofisticate, anche la produzione video si sta diffondendo su larga scala. Per distinguersi occorre inserire i video all’interno della propria strategia in modo efficace e coordinato.

Coinvolgere gli utenti è l’obiettivo che si pone chiunque sia sul web. Perché noi no?

(10) Assenza dei bottoni di condivisione (social e messaggistica)

Se pubblichiamo qualcosa di utile per l’utente che arriva sul nostro sito, è doveroso dargli la possibilità di condividere con chi riterrà opportuno quel nostro contenuto.

In ogni articolo del blog, in ogni news, in ogni pagina del nostro sito web devoono esserci i bottoni per la condivisione sui social network e per la condivisione tramite email, Whatsapp o altra messaggistica.

Se il passaparola è considerato lo strumento di marketing più potente, perché non lo dobbiamo in qualche modo agevolare? Anzi, in determinate circostanze, una buona CTA (vedi punto 8) può essere quella di invitare gli utenti a condividere quel contenuto sui social.

(11) Mancato inserimento dei meta dati

I meta dati possiamo paragonarli a delle etichette che accompagnano i documenti informatici come del resto sono le pagine web. Alcuni CMS, i software per la realizzazione dei siti e quindi delle pagine web, richiedono espressamente l’inserimento di meta dati.

Esempi di meta dati possono essere il titolo di una pagina web, la descrizione, l’estratto del contenuto, i tag (le parole con le quali vogliamo etichettare quella pagina).

Inseriamoli o facciamoli inserire da chi cura il nostro sito web, ne va del posizionamento nei motori di ricerca.

(12) Assenza del Pixel di Facebook, dello Script di Google e delle API principali

Il Pixel di Facebook, lo Script di Google e le API sono stringhe di codice di programmazione che, se inserite in tutte le pagine del nostro sito o nella testata (se comune a tutte le pagine), possono darci tantissimi dati sulla navigazione degli utenti sul nostro sito.

Il Pixel e lo Script sono due codici di monitoraggio che ci permettono di attivare delle azioni automatiche in base all’attività degli utenti sul nostro sito: mostrare una determinata inserzione pubblicitaria solo a chi ha visitato quella specifica pagina; inviare un’email (avendola precedentemente raccolta) a chi non cliccato su un determinato bottone.

Queste stringhe, una volta inserite, lavorano autonomamente permettendoci di programmare in tutta comodità le azioni di marketing che vogliamo avviare sulla base della strategia aziendale.

Naturalmente tra i peggiori errori che si possano commettere c’è quello di lasciare il nostro sito web abbandonato a se stesso. Il mondo cambia continuamente e continuamente ci dobbiamo adattare.

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Se la tua gestione del cliente (trovarne di nuovi e mantenere quelli che già hai) sta attraversando un periodo complicato, ti invito a prendere in considerazione un cambio netto di strategia. Ciò che hai sempre fatto ti ha portato fino ad oggi ma le condizioni che c’erano fino a poco tempo fa non ci sono più. Con una chiacchierata di un’oretta, potremmo analizzare la tua situazione attuale dal punto di vista marketing.

I 12 errori di un sito web (parte 1 di 2)

Chi decide di realizzare un sito web per la propria attività, spesso pensa che una volta messo online, dopo settimane di lavoro con la propria web agency, il sito come per magia inizi a produrre clienti e fatturato in completa autonomia.

Non è così, il sito web è uno strumento che va continuamente affilato, tenuto in allenamento, modellato sulle esigenze del potenziale cliente e mantenuto in linea con la strategia marketing aziendale.

E gli errori più comuni sono 12. Vediamo i primi 6.

(1) Tecnologia non responsive

Il 98% della popolazione italiana possiede uno smartphone e il 78% lo utilizza per navigare sul web. Se il tuo sito ha una tecnologia obsoleta, la visualizzazione sui dispositivi mobili come appunto gli smartphone o anche i tablet non risulterà corretta.

Trascurare questo aspetto non è di poco conto: un utente che arriva sul tuo sito, se non trova comoda e ben organizzata la navigazione, si dirigerà altrove.

Avere un sito non “responsive” è peggio che non averlo affatto perché la valutazione che farà l’utente sarà negativa, senza nemmeno capire se potenzialmente avremmo potuto essergli d’aiuto.

(2) Sito web autoreferenziale

Se scriviamo che siamo i più belli e i più bravi, facciamo quello che fanno tutti. Un utente che si trova a dover scegliere tra due o tre soluzioni di soggetti che si dichiarano i più bravi e i più belli, non riuscirà a fare una scelta se non attraverso l’unico requisito oggettivo che ha a disposizione: il prezzo.

Parlare della propria esperienza, della propria competenza, della propria professionalità, senza darne dimostrazione, senza darne prova in modo concreto, è inutile. La nostra offerta si confonde con quella degli altri. 

(3) Mancanza di un blog aziendale

Se nel nostro sito abbiamo soltanto una bella home page e le solite sezioni del “chi siamo”, “dove siamo”, “i nostri prodotti/servizi” e i “contatti”, abbiamo sostanzialmente una brochure virtuale.

Un sito web deve essere invece uno strumento interattivo, capace di intrattenere l’utente con informazioni a lui utili, con soluzioni a problematiche che lo interessano, con risposte a domande che si pone. E questo è possibile farlo con un blog, ovvero con una sezione nella quale raccogliere contenuti di grande valore per chi li legge e che faccia percepire concretamente la competenza che abbiamo. E’ ciò che facciamo regolarmente ogni giorno con chi ci ritroviamo davanti in ufficio, in negozio, in studio: perché non lo facciamo con chi ci ritroviamo davanti online?

(4) Mancanza dei link “social” in evidenza

Il nostro sito web deve dialogare con i nostri profili social. Se abbiamo una pagina Facebook, un profilo Instagram, un canale YouTube, dobbiamo metterne a conoscenza gli utenti che arrivano sul nostro sito.

L’utilizzo combinato di sito web e social network in modo strategico possono dare risultanti estremamente efficaci in termini di acquisizione contatti interessati (lead generation) e di conseguenza in termini di incremento di fatturato (più utenti = più contatti = più richieste = più vendite).

(5) Pochi contenuti utili al cliente

Oltre ad aver un blog, un sito web progettato in ottica “inbound marketing”, ovvero “marketing dell’attrazione”, deve avere diversi contenuti utili all’utente che arriva sul nostro sito: video da vedere, gallery fotografiche aggiornate, risorse gratuite da scaricare come schede tecniche, report statistici, aggiornamenti normativi, buoni sconto o voucher promozionali.

Difficilmente un utente arriva sul nostro sito per caso, molto probabilmente invece è lì per un motivo legato ad un’esigenza che dobbiamo in qualche modo intercettare.

(6) Assenza di recensioni o di testimonianze

Uno dei meccanismi psicologici più forti nell’essere umano è la riprova sociale: se qualcun altro l’ha fatto e si è trovato bene, allora magari anch’io posso trovarmi bene.

Sistematicamente o in modo saltuario tutti abbiamo dato un’occhiata alle recensioni di un albergo o di un ristorante o di un qualsiasi posto in cui saremmo dovuti andare. Per quale motivo? Semplice! Avere un feedback, un riscontro relativo ad un’esperienza già fatta da altri, ci può rincuorare della scelta già fatta o persuadere da prendere una determinata decisione.

E’ proprio per questo che dare ai nostri potenziali clienti testimonianze positive circa il nostro prodotto o il nostro servizio può essere determinante per alzare l’efficacia della nostra comunicazione online.

Nei prossimi giorni arriveranno gli altri 6 errori tipici di chi ha un sito web.

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Network marketing, storia e realtà

Credi in Wanna Marchi o in Giorgio Mastrota?

Quando si parla di Network marketing o di Multilevel marketing, spesso vengono associati i concetti di Schema Ponzi, di Catena di Sant’Antonio, di struttura piramidale.
L’abbinamento, purtroppo per le tante aziende oneste che utilizzano il Network marketing come sistema distributivo per i loro prodotti e servizi, è spesso inevitabile perché i meccanismi del Network marketing prestano il fianco a chi ha avuto e ha tuttora intenzioni fraudolente.
Questo significa che le Catene di Sant’Antonio e gli Schemi Ponzi, illegali, si travestono spesso da Network marketing, truffando moltissime persone e gettando fango sulle organizzazioni che invece lavorano in modo corretto e, soprattutto, legale.
Lo stesso vale per altri canali di distribuzione o promozione: pensate alla vicenda di Wanna Marchi, ha truffato tantissime persone attraverso le televendite. Purtroppo, anche per questo, la televendita non è sempre vista di buon occhio, a scapito di tantissime realtà che utilizzano quel tipo di comunicazione di vendita che ha fatto la fortuna di Mastrota!
Non è quindi il contesto nel quale ci si muove, ma è fin troppo spesso la persona disonesta che “si vende” bene.

Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori… e truffatori!

Ma torniamo a noi e capiamo cos’è uno Schema Ponzi, ovvero la costruzione di una struttura di tipo piramidale tramite il meccanismo della Catena di Sant’Antonio.
Il nome è preso da Carlo Ponzi, un italiano immigrato negli Stati Uniti, che negli anni ’20 realizzò un’enorme truffa utilizzando in modo improprio i meccanismi di distribuzione del Network marketing, ovvero il passaparola.
Il meccanismo è questo: una persona promette alti guadagni a breve termine a fronte di una cifra modesta da investire; i primi che entrano nello schema riceveranno quanto promesso, così inizieranno a consigliare l’investimento ad altre persone che, a loro volta, faranno lo stesso; il meccanismo, se ben congegnato, si espande a macchia d’olio e in breve tempo la raccolta di denaro può diventare ingente.
Partendo da Carlo Ponzi, una rappresentazione grafica dello schema assume struttura piramidale con Carlo Ponzi in cima alla piramide e tutti gli altri, sempre più numerosi, su più livelli fino alla base.
Naturalmente, non essendoci un vero investimento dietro a questa operazione, ad un certo punto questi cosiddetti “investitori” non videro più arrivare i proventi previsti e tutto, nel giro di poco, saltò in aria.
Carlo Ponzi partì con un versamento di 2 dollari e, coinvolgendo 40.000 persone, raccolse oltre 15 milioni di dollari! Non fu il primo a realizzare truffe simili ma fu un caso così clamoroso che il meccanismo prese il suo nome.

Carlo Ponzi, detto Charles, in perfetto stile da uomo d'affari dell'epoca.

Ma come accorgersi di essere di fronte ad uno Schema Ponzi?

Gli aspetti da verificare in modo attento, per evitare di cadere in schemi di questo tipo, sono diversi ma, fortunatamente, decisamente semplici:

  • Promessa di guadagni facili e ingenti in breve tempo a fronte di versamenti modesti
  • Mancanza di trasparenza nei meccanismi finanziari
  • Presenza marginale di un prodotto da vendere o di un servizio da erogare
  • Possibilità di ricevere compensi anche in caso di mancati risultati (vendite di prodotto e erogazioni di servizi)
  • Obbligo di reclutare, e non facoltà, nuovi distributori (i collaboratori che promuovo il prodotto/servizio)
  • Obbligo di versare un quota d’ingresso per iniziare l’attività

Lo schema Ponzi, quindi, è una variante onerosa delle catene di Sant’Antonio, il fenomeno che consisteva e consiste nell’inviare immagini di santi (Sant’Antonio sembrava essere il più diffuso) con l’augurio di una protezione divina e con l’invito a recitare alcune preghiere e mandarla poi a parenti e amici. Quindi, una Catena di Sant’Antonio era una prassi diffusissima per diffondere e rafforzare il culto dei santi.
In epoca moderna le catene di Sant’Antonio sono passate dal servizio postale tradizionale alle email, alle app di messaggistica come WhatsApp e Messenger e hanno avuto quindi nuova diffusione, intasando pc, smartphones e social networks, di richieste di aiuto, di sostegno a cause nobili, di richieste di “mi piace” ma anche di virus e software dannosi.
Ma torniamo al Network marketing… Le attuali normative, con particolare riferimento al D.Lgs. 173/2005, regolamentano il settore della vendita diretta o multilivello e associazioni di categoria, come AVEDISCO, tutelano i clienti, i distributori e le aziende che decidono di avvalersi di questo metodo di distribuzione.
L’attività del Network marketing è un’attività innovativa e fuori dallo schema tradizionale del datore di lavoro e del dipendente. E’ un’attività che può portare a ottimi risultati dal punto di vista economico ma solo ed esclusivamente attraverso l’impegno, la professionalità, la competenza. E’ un’opportunità concreta ma che nulla ha a che fare con i guadagni facili e veloci. E’ necessario vendere un prodotto o erogare un servizio e il compenso deve derivare dalla vendita o dall’erogazione e non dal reclutamento di altri distributori.
Chi volesse iniziare questa attività, deve poterlo fare gratuitamente, ovvero senza fantomatiche quote d’ingresso obbligatorie!
La struttura che si realizza è a rete (net) all’interno della quale si lavora (work) alla distribuzione professionale di un prodotto/servizio sul mercato (marketing).
Magari la prossima volta parliamo di come sono schematizzate le grandi aziende italiane, gli enti pubblici, la scuola, l’INPS o una qualsiasi gerarchia complessa. Pensa intanto a come è strutturata l’azienda in cui lavori. Assomiglia più ad una rete collaborativa o a una piramide?

La collaborazione è il segreto per il successo di un gruppo di lavoro. Nessun dipendente, nessun datore di lavoro

Sempre occhi ben aperti!

Se in un Network marketing non vendi niente ma ricevi comunque un compenso, io starei attento.
Se chi opera sopra di te, nei livelli superiori, ottiene comunque passaggi di carriera pur non vendendo o non erogando quanto te, io starei attento.

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I 3 aspetti da considerare per la tua copertina sul social blu

Alla prima impressione ci tieni?

Se abbiamo un negozio, l’attenzione alla vetrina è spesso maniacale. Se abbiamo un’azienda, l’ingresso degli uffici di direzione è mantenuto sempre in ordine, se abbiamo un studio, il nostro ufficio è già di per sé un biglietto da visita. Questo perché, come diceva Oscar Wilde, non si ha mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione!

Allora, per quale motivo la copertina della nostra pagina Facebook (il social blu) viene caricata senza particolare attenzione o, addirittura, con colpevole superficialità?

Elemento distintivo importantissimo!

L’immagine di copertina di una pagina facebook è uno dei tre elementi distintivi di una pagina, insieme all’immagine di profilo e al nome. E’ però l’elemento più evidente della nostra pagina quando un utente arriva sul nostro diario. L’immagine di profilo e il nome sono stati visti già nei commenti, nei post, nelle risposte ai commenti, nei suggerimenti: l’immagine di copertina, invece, è visibile esclusivamente quando un utente decide di approfondire la nostra conoscenza venendo direttamente sul diario della nostra pagina. L’immagine di copertina è l’elemento nuovo che in qualche modo lo accoglie. Naturalmente mi riferisco ad una visualizzazione da dispositivo mobile, perché da pc l’immagine di copertina ci viene proposta, come anteprima, anche quando passiamo il cursore del mouse sull’immagine di profilo o sul nome (ma è ormai una situazione sempre meno frequente perché l’uso di Facebook da mobile è ben oltre il 95% e corre veloce verso il 100%).
L’immagine di copertina quindi ha un’importanza che viene troppo spesso sottovalutata. E’ in proporzione la nostra vetrina, quindi va “allestita” con criterio e soprattutto con cura.

I 3 aspetti da tenere in considerazione

  1. La copertina non è visibile allo stesso modo da pc e da mobile, quindi il primissimo aspetto da tenere in considerazione, il più importante, sono le dimensioni: la misura consigliata da Facebook per la copertina di una pagina è 820×312 pixel, se consideriamo l’impaginazione per il pc, ma, come abbiamo detto, le connessioni al social di Zuckerberg sono ormai fortemente orientate al mondo mobile e, da smartphone, l’immagine di copertina ha una dimensione di 560×312, quindi stessa altezza ma più stretta. Senza soffermarci sul numero di esatto di pixel, il punto è che le due aree esterne non saranno visibili: tutto quello che voi quindi andrete ad inserire sull’estrema sinistra e l’estrema destra dell’immagine di copertina (icone, immagini o testo con prezzi, condizioni, date) anche se perfettamente visibili da pc, non sarà visibile da mobile o, peggio, risulterà tagliato. Per tagliare la testa al toro ed essere perfetti in modalità mobile, potresti utilizzare una dimensione di 1630×916 ma taglieresti la parte alta e la parte bassa per chi visualizza da desktop. Se non hai tempo, modo e voglia di curare i dettagli (errore madornale, scusa se te lo dico), ti basterà mettere i contenuti al centro, indipendentemente dalla dimensione scelta.
  2. L’immagine di copertina non è un volantino del supermercato e come per tutte le immagini inserite all’interno di Facebook, anche l’immagine di copertina, se deciderete di impostare una campagna pubblicitaria con obiettivo “Mi piace sulla pagina”, dovrà rispettare il vincolo che impone una quantità di testo all’interno dell’immagine non superiore al 20%. Riempire la copertina con molto testo con l’illusione che qualcuno, leggendola, decida di rivolgersi a noi, è fortemente sconsigliato. In un’ipotetica inserzione dovrà essere sostituita con un’immagine che risponde al requisito della percentuale di testo e, quindi, risulterà diversa da quella presente sulla vostra pagina. Vi consiglio quindi di utilizzare l’immagine di copertina con questo accorgimento in modo da poterla utilizzare anche in post sponsorizzati e dare, quindi, continuità alla comunicazione nei confronti degli utenti (stessa immagine promossa, stessa immagine sulla pagina nel momento in cui l’utente ci viene a visitare).
    Prima di utilizzare un’immagine da sponsorizzare, quindi, vi consiglio di utilizzare questo strumento gratuito che Facebook mette a disposizione: https://goo.gl/w1JCQL. Basterà caricare l’immagine e il sistema risponderà con una valutazione chiara e semplice
  3. La copertina non è un’immagine come le altre, è l’immagine che l’utente che giunge sulla pagina si ritrova davanti al primo impatto: dobbiamo quindi dare un messaggio preciso, rivolto a chi in qualche maniera sta già facendo un passo verso di noi. In fase di pianificazione della strategia, anche l’immagine di copertina ricopre un ruolo importante. Come per la vetrina di un negozio, possiamo realizzare una copertina in base alla stagionalità, in base ad un evento, ad una promozione, ad una semplice programmazione. Occorre quindi trovare la giusta periodicità, evitando di cambiare la copertina continuamente o di tenerne una per anni o di metterne una utilizzando una foto che ci piace. L’immagine di copertina è comunicazione verso gli utenti e potenziali clienti, deve piacere e catturare la loro attenzione e non solleticare il nostro ego!
Copertine facebook visualizzate da desktop. Il testo laterale (evidenziato in rosso) è comunque ben visibile e spesso può piacere di più come impatto visivo ma...
...occorre tener presente la visualizzazione su dispositivo mobile, ormai prossima al 100%. Il testo laterale (evidenziato in rosso) è tagliato dando una pessima impressione.

Andiamo a dare un’occhiata alla nostra copertina facebook?

L’immagine di copertina della tua pagina Facebook è caricata correttamente? Risponde ai 3 punti da tenere in considerazione visti adesso? Ti consiglio di controllare e, in caso, sistemarla. Altrimenti rischi di fare, al primo impatto, una figura non adeguata.

E’ come avere la cravatta storta… Sì, sei vestito bene ma quella cravatta storta cattura l’attenzione più delle Manhattan Richelieu di Louis Vuitton che hai ai piedi.

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Non si può piacere a tutti!

E’ un dato di fatto incontrovertibile!

La pizza, il calcio, Gesù, il mare, gli animali hanno almeno una cosa in comune: non piacciono a tutti!

E’ una situazione con la quale dobbiamo fare i conti ogni volta che ci rendiamo protagonisti di qualcosa e neanche i grandissimi risultati che possiamo ottenere ci potranno salvare dalla spada di Damocle del giudizio negativo che abbiamo costantemente sulla testa.

Allora, che fare? Tre situazioni tipiche

In un modo o nell’altro il giudizio degli altri va gestito e di solito sono tre le situazioni in cui ci ritroviamo di fronte alle critiche piccate, se non addirittura agli insulti:

  1. Ci spaventano a priori e così per evitare di riceverne ci limitiamo a vivere la nostra vita senza azzardi, senza clamore, senza imprese da ricordare;
  2. Ci fanno male e gradualmente ci fanno indietreggiare fino a ridimensionare le nostre aspirazioni, ad abbandonare i progetti in cantiere più avvincenti, a rinunciare ai sogni nel cassetto;
  3. Ce ne freghiamo e continuiamo imperterriti per la nostra strada e magari rispondiamo anche a tono come Roberto Burioni o Enrico Mentana. Non è ostinazione ma determinazione e consapevolezza che la maggior parte delle critiche nasce dall’invidia e la maggior parte degli insulti dalla frustrazione.

Sergio Marchionne, ennesimo caso.

Senza entrare nel merito della sua attività manageriale, è indiscutibile che Sergio Marchionne abbia riportato sulla rotta giusta un’azienda che era sull’orlo del baratro. Baratro che avrebbero oltrepassato anche i tanti lavoratori che in questi anni hanno invece mantenuto il posto di lavoro grazie ai suoi piani industriali.

Nei giorni precedenti la sua morte improvvisa, gli haters, chi esprime la propria avversità sui social ben oltre la decenza o il lecito, hanno iniziato (e continuano) a riversare insulti di ogni tipo nei confronti dell’ex AD di FCA per motivazioni non proprio solide.

Impariamo a distinguere gli insulti degli “haters” dalle critiche costruttive

Nella nostra vita, sia in ambito personale sia in campo lavorativo, occorre distinguere gli insulti gratuiti e senza fondamento, provenienti da invidiosi e frustrati, dalle critiche costruttive che ci vengono mosse da persone autorevoli.

Ne va del nostro successo e della nostra salute: dobbiamo cercare di allontanare chi è contro a priori, chi ci critica senza cognizione di causa, e dobbiamo circondarci di persone che si confrontano apertamente e che ci fanno notare con competenza ed esperienza se qualcosa non quadra.

Siamo la media delle 5 persone che frequentiamo di più. Circondiamoci quindi di persone di valore.

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